Il Giappone può essere pericoloso

  • Sara
  • Giappone
  • 23 Ott 2025 23 Ottobre 2025
  • 5m 16s 5 minuti e 16 secondi

Oggi voglio raccontarvi qualcosa che mi è successo qualche giorno fa qui in Giappone. Una cosa che ancora non riesco a metabolizzare completamente, che continua a girarmi in testa, che mi ha fatto riflettere su tante cose. Eravamo nella Atera Valley, nel cuore delle Alpi Giapponesi, e mi sono trovata a pochi metri da due orsi. Letteralmente. E poteva finire davvero male. Davvero, davvero male.

Una passeggiata come tante altre

Era un sabato pomeriggio normale. Niente di speciale, niente di drammatico. Una di quelle giornate in cui guardi il cielo, vedi le nuvole scure e pensi: “Dai, facciamo una passeggiata veloce, prima che arrivi la pioggia.” Scendeva una pioggerellina leggera, il tipo che non ti bagna davvero, che quasi nemmeno la senti. Il tipo di pioggia che ti fa pensare: “Dai, giusto un giro al sentiero e poi torniamo, non è niente.”

Eravamo in una zona tranquilla, vicino al parcheggio. Non eravamo isolati chissà dove in montagna – eravamo su un sentiero battuto, un sentiero che centinaia di persone avevano già percorso. Ci sentivamo al sicuro. Avete presente quella sensazione? Quando pensi: “Qui non può succedere niente di grave, è tutto sotto controllo”?

Eppure i cartelli c’erano. Quei classici segnali giapponesi, chiari e inequivocabili che citano: “Attenzione: presenza di orsi.” Così abbiamo fatto tutto come si deve, tutto quello che ci era stato insegnato: campanellino, voce alta mentre cammini, attenzione costante. Avevamo anche pianificato il percorso: all’interno del bosco all’andata, per poi tornare attraverso la strada asfaltata nel caso la pioggia fosse peggiorata.

Credevamo di aver fatto tutto giusto. Di aver considerato tutto. Di avere il controllo di tutto.

Quando il cervello si blocca

Mancava poco alla fine della passeggiata ed eravamo arrivati al ponticello che ci avrebbe riportato indietor. Camminavo tranquilla, chiacchieravo con Paolo, non so nemmeno di cosa stavamo parlando – probabilmente delle solite cose quotidiane, il tipo di conversazioni che facciamo quando ci prendiamo un attimo di pausa. Quando a metà ponte ho visto due ombre correre davanti a me. Due cose scure che si muovevano velocemente.

Il mio cervello ha fatto un salto nel vuoto: “Saranno capre? No, aspetta, le capre non corrono così. Cosa sono?” Sono cresciuta tra le montagne italiane, dove al massimo incontri cinghiali, cerbiatti, qualche volpe se sei fortunata. Mai, in vita mia, avevo visto un orso libero in natura.

E invece erano orsi. Due cuccioli di orso.

Il momento in cui è cambiato tutto

Il mio cervello in quel microsecondo ha fatto tutti i calcoli: “se ci sono i cuccioli, la mamma non è lontana”. E un’orsa con i cuccioli è una delle situazioni più pericolose che puoi affrontare in natura. Fine della discussione.

Allora mi sono girata di scatto e ho urlato a Paolo di correre. Abbiamo fatto subito dietrofront, abbiamo avvisato i turisti che erano più indietro di noi, e tutti insieme siamo tornati al parcheggio a passo veloce.

Una volta saliti in camper, ci siamo chiusi dentro. E lì, al sicuro dietro i vetri, il cuore ha continuato a battere a mille per almeno un’ora.

Le cose che avrebbero potuto andare diversamente

Solo dopo un po’, quando l’adrenalina ha iniziato a scendere, ho iniziato a pensare. A realizzare davvero quanto fosse stato vicino il rischio. Troppo vicino.

Se fossimo passati dal lato sbagliato del sentiero – e cioè se avessimo imboccato il percorso al contratio – ce li saremmo trovati davanti, faccia a faccia. Non avremmo avuto il tempo di correre.

Se avessi attraversato quel ponte quindici secondi prima… il tempo di dire una frase. Quindici secondi e magari non sarei qui a scrivere questo articolo.

Se fossimo rimasti in silenzio, se non avessimo fatto rumore con i campanellini e le voci alte, magari loro non ci avrebbero sentiti affatto. Magari ce li saremmo ritrovati letteralmente di fronte senza poter scapapre.

Anche quel piccolo ponte stretto, largo meno di un metro, probabilmente ci ha salvato la vita.

Le lezioni da ascoltare per davvero

In Giappone, quest’anno, gli orsi hanno causato diverse vittime. È un problema serio e sempre più in aumento. Eppure spesso, quando leggiamo certe notizie dai giornali, pensiamo: “Ma sì, cosa vuoi che sia. Sarà un caso isolato.” Io stessa, fino a quel giorno, non avevo mai realizzato davvero quanto fosse serio il pericolo. Era un numero astratto, una curiosità di viaggio, un avvertimento generico.

Ecco, è qui che torna in mente una delle lezioni più importanti che questo viaggio ci ha insegnato: ascoltare. Non sentire le parole e basta, ma ascoltare il significato profondo dietro a quelle parole.

Ascoltare la gente del posto, i loro avvertimenti, le loro paure. Non è semplice quando arrivi da fuori, quando credi di saperne già abbastanza, quando pensi che le tue esperienze e il tuo buonsenso siano universali. Ma vivendo su strada, attraverso 37 paesi, abbiamo lentamente imparato il contrario: che bisogna chiedere, bisogna imparare da chi vive davvero quei luoghi. Che il viaggio non è “fare il giro del mondo”, ma è imparare a stare nel mondo così com’è, non come te lo immagini.

Quel giorno, quando abbiamo urlato “Kuma!” (orso, in giapponese), quando abbiamo fatto uscire quel suono dalle nostre bocche, decine di persone ci hanno capiti al volo. Non hanno chiesto spiegazioni. Nei loro sguardi c’era paura, gratitudine, comprensione. Loro sapevano esattamente cosa significasse e avevano paura della stessa cosa che avevamo paura noi.

Se non avessimo ascoltato i giapponesi prima – se avessimo pensato “noi sappiamo come si fa” – forse non avremmo avuto con noi il campanellino. Forse avremmo camminato in silenzio, pensando che fosse una zona sicura.

Il silenzio che è più forte di mille parole

Una volta al sicuro, con l’adrenalina che lentamente scendeva, ho iniziato a riflettere. Ho pensato a quanto sia importante parlare, non solo con la gente del posto, ma anche parlare tra noi. Con le persone che amiamo, nel mio caso con Paolo.

E mi è venuta in mente una cosa che mi ha fatto male. Pochi giorni prima, avevamo litigato. Una di quelle discussioni che si trascinano, fatte di silenzi lunghi, di sguardi storti, di parole non dette. E vivere in camper te lo insegna rapidamente: le discussioni diventano enormi se non le sgonfi in tempo. Diventano mostri che vivono nei pochi metri cubi di spazio con te.

E ho pensato: se non ci fossimo chiariti, se fossimo ancora dentro quel silenzio, magari quel giorno avremmo camminato in silenzio. Non avremmo fatto rumore. Non avremmo allertato gli orsi. Avremmo camminato come due persone senza comunicare, l’una accanto all’altra, ma lontanissime.

Ecco, il dialogo, letteralmente, ci ha salvati. E non è una semplice metafora poetica. Le parole che abbiamo scambiato nei giorni prima, il fatto di esserci sfogati e riavvicinati, significava che quel giorno eravamo insieme. Eravamo una squadra. Eravamo consapevoli uno della presenza dell’altro.

Per questo, al sicuro nel camper, ci siamo promessi di disinnescare sempre. Di non lasciare che il silenzio diventi più grande di noi.

Tutto quello che rimane quando realizzi

Poi ho pensato alle persone lontane. A chi ci è rimasto accanto nonostante la distanza, i fusi orari, le vite diverse. Mentre noi siamo qui in Giappone, loro sono da qualche altra parte del mondo, continuando le loro vite. Eppure rimangono connessi a noi.

Siamo fortunati ad avere legami così forti sinceri. Anche ogni messaggio che riceviamo, ogni commento sotto un post, ogni parola di chi ci segue è un filo invisibile che ci tiene ancorati al mondo.

E ho pensato anche a Saké e Genepì, i nostri animali. Che ci aspettavano tranquilli in camper, ignari di tutto quello che era successo. Il camper per loro è casa, come lo è per noi: è lo spazio dove la nostra famiglia vive. E in quel momento ho sentito una gratitudine enorme per loro – per la loro semplicità, per la loro presenza che non richiede niente se non amore.

Quando capisci davvero cosa conta

Questa esperienza mi ha ricordato una cosa semplice ma che devo imparare di nuovo continuamente: il tempo non è infinito. È banale dirlo, lo so. Tutti lo sappiamo. Ma sapere e sentire sono due cose diverse.

Possiamo scegliere come usare il tempo che abbiamo, con chi spenderlo, se riempirlo di lamentele e recriminazioni o di cose belle. Se continuare a litigare in silenzio o chiarirci davvero.

Lo so, può sembrare facile da dire quando vivi una vita come la mia – quando ogni giorno è un’avventura, quando hai lasciato tutto alle spalle per vivere in modo diverso. Ma io questa consapevolezza non l’ho trovata per magia. L’ho conquistata quando mi sentivo più bloccata di adesso. Quando giravo in tondo nella mia testa senza trovare un’uscita, quando pensavo che la mia vita fosse una gabbia e basta.

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E sono stata fortunata a trovarla, una via d’uscita. Oggi sono qui, viva, seduta davanti a un camper in Giappone, in un momento che avrebbe potuto finire completamente diversamente.

Tutto quello che posso dire è: grazie.

Grazie a chi ci segue, a chi legge, a chi ci ascolta davvero. A chi ci ricorda ogni giorno quanto valga la pena esserci, che le nostre storie importano, che il viaggio è bellissimo perché lo condividiamo insieme.

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