Kumano Kodo Winery Guest House: La storia di Giovanni, italiano che ha costruito un sogno nel Giappone rurale

  • Sara
  • Giappone
  • 8 Nov 2025 8 Novembre 2025
  • 5m 4s 5 minuti e 4 secondi

La strada che porta a Giovanni si fa sempre più stretta. Curve che si stringono tra le montagne, asfalto che lascia spazio alla ghiaia, il GPS che a un certo punto alza le mani e si arrende. Siamo in quella parte del Giappone che il turismo di massa ancora non ha raggiunto, dove i cartelli sono scritti solo in giapponese.

Ed è esattamente qui, in questo angolo remoto della prefettura di Wakayama, che Giovanni e sua moglie hanno scelto di costruire la loro vita.

La casa ultracentenaria che rivive

Quando siamo arrivati, la prima cosa che abbiamo notato è stato il sorriso di Giovanni. Uno di quei sorrisi che ti fanno capire immediatamente che hai trovato qualcuno che ha fatto pace con le proprie scelte.

La casa dove oggi gestiscono la Kumano Kodo Winery Guest House – una struttura tradizionale giapponese che ha più di cento anni – si rivela poco dopo, nascosta tra alberi di cachi, bambù e galline libere di razzolare qua e là.

I dettagli sono quelli del legno scuro consumato dal tempo, del tetto di tegole che hanno visto passare generazioni, delle shōji – le porte scorrevoli di carta di riso – che filtrano la luce creando quella luminosità diffusa tipica delle case giapponesi.

«L’abbiamo sistemata noi», ci ha detto Giovanni con orgoglio. «Quando l’abbiamo comprata stava quasi crollando. Ci sono voluti anni.»

Oggi, quelle mura ospitano molto più di un semplice agriturismo. È un’esperienza, una filosofia di vita tradotta in ospitalità.

Il menu che cambia ogni giorno

La domanda giusta nella cucina di Giovanni, che è anche chef, non è: «Stasera cosa prepariamo?» Ma: «Cosa abbiamo oggi?»

Il menu qui si scrive ogni giorno in base a quello che la natura offre, a quello che i contadini locali coltivano, a quello che la stagione regala.

«Lavoriamo solo con materie prime del posto», ci ha spiegato la moglie di Giovanni mentre preparava la colazione. «Oggi ad esempio ho potuto preparare una torta ripiena di castagne.»

La loro cucina richiede creatività, flessibilità, una conoscenza profonda degli ingredienti. E soprattutto, richiede rispetto – per i produttori, per la stagionalità e per il territorio.

Con il risultato che questi piatti hanno ottenuto una menzione Michelin.

Seduti attorno al grande tavolo di legno, gli ospiti assaggiano portate che sembrano impossibili da proporre in Giappone e che sanno di casa, di memoria, di radici:

  • Gnocchi fritti ripieni di formaggio
  • Tortelli di zucca fatti a mano (con la macchinetta della pasta che arriva direttamente dalle campagne veronesi)
  • Tigelle calde, pesce e carni locali
  • Cheesecake preparate fresche ogni giorno

Noi ci siamo goduti ogni morso di questa esperienza, ma se sei curioso di scoprire come organizzo ogni giorno la cucina del camper (spoiler: con molto meno spazio e altrettanta creatività!), leggi l’articolo completo qui.

Le cinquanta capre: le vere protagoniste

Il vero cuore di questo posto sta poco più sotto, dove il terreno scende verso il bosco. Qui vivono libere cinquanta capre. Tutte con un nome, tutte conosciute una per una.

«Questa è Bella», dice Giovanni mentre la capretta lo segue felice. «Poi c’è Zitella che è brava come il sole. E quella è Carbonara, guarda come mangia.»

Il suo volto si illumina mentre parla di loro, che non sono bestiame da macello, ma vere compagne di avventura.

La routine che non conosce vacanze

Ogni mattina, alle sei, Giovanni si alza e va nei boschi a raccogliere erba fresca per le capre. Poi riempie il camioncino e porta tutto giù al recinto.

«Il fieno lo compriamo, ma l’erba fresca è tutta un’altra cosa», spiega.

Mentre lui è nei boschi, sua moglie prepara la colazione per gli ospiti. Poi, quando gli ospiti hanno mangiato e sono partiti per le loro escursioni, inizia la mungitura.

«È un lavoro duro», ammette Giovanni. «Le capre non vanno in vacanza, non si prendono giorni liberi. Ma quando le vedi correre felici, quando assaggi il formaggio che facciamo… vale tutto lo sforzo.»

Il formaggio artigianale: un prodotto unico

Il formaggio di Giovanni non lo trovi nei grandi supermercati. Non lo trovi nemmeno facilmente nella sua guesthouse – spesso è già tutto venduto prima ancora che sia pronto.

«Ne facciamo poco», dice Giovanni. «Pochi pezzi, fatti bene. Sono come pezzi di artigianato. Voglio che gli ospiti possano portare a casa un pezzo del nostro lavoro, qualcosa che racconta la nostra storia.»

Quando assaggi quel formaggio, non stai solo mangiando un prodotto caseario. Stai assaggiando le erbe dei boschi giapponesi, il lavoro manuale di mungere le capre, la pazienza della stagionatura e l’amore per un mestiere che oggi quasi nessuno vuole più fare.

La seconda casa affacciata sul Kumano Kodo

Giovanni e sua moglie però non si sono fermati qui. Un paio di anni fa hanno aperto le porte di un’altra casa, che si affaccia direttamente sul Kumano Kodo – l’antico cammino di pellegrinaggio che attraversa le montagne della penisola di Kii, Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

Per secoli, monaci e pellegrini hanno percorso questi sentieri diretti ai tre grandi santuari di Kumano, cercando illuminazione spirituale attraverso la fatica fisica.

La casa che Giovanni ha restaurato ha un giardino che si affaccia direttamente sulle montagne, dove al tramonto le cime si tingono di rosa e oro. Le stanze sono semplici ma confortevoli; il silenzio è rotto solo dal canto degli uccelli e dal fruscio del vento tra ciliegi e bambù.

«Il Kumano Kodo è un cammino impegnativo, fisicamente e mentalmente. Qui puoi fermarti, riprendere fiato, mangiare bene, dormire in pace. E poi ripartire.» spiega Giovanni.

L’Italia rurale nel cuore del Giappone

Parlando con Giovanni, una cosa diventa chiara: quello che ha creato qui non è “un business giapponese gestito da un italiano”. È qualcosa di nuovo che nasce dall’incontro di due culture.

«Qui ho ritrovato l’Italia delle campagne, dove si viveva con il ritmo delle stagioni, dove la comunità contava più dell’individuo, dove il rapporto con la natura era quotidiano.»

Nella guesthouse si respira proprio questa atmosfera. Gli ospiti non sono solo clienti, ma sono temporaneamente parte della famiglia. Ecco perché molti tornano anno dopo anno: non perché sia un hotel lussuoso, ma perché si sentono a casa.

WWOOF: imparare lavorando nella campagna giapponese

Per chi vuole immergersi ancora più profondamente in questa realtà, c’è la possibilità di venire come volontario attraverso WWOOF (World Wide Opportunities on Organic Farms).

Si lavora qualche ora al giorno in cambio di vitto e alloggio, ma quello che si riceve è molto più di un letto e tre pasti al giorno.

«I WWOOFer che vengono qui imparano di tutto», dice Giovanni. «Dalla cucina alla campagna, dalla cura degli animali alla manutenzione della casa. C’è modo per tutti di trovare il proprio spazio.»

La lezione più importante: fare cose che abbiano senso

Oltre alle competenze pratiche, c’è un apprendimento più profondo: quello che la felicità non deriva dal possedere cose, ma dal fare cose che hanno un senso.

Non a caso abbiamo sentito Giovanni salutare suo figlio dicendogli: «Mi raccomando, sempre con il sorriso.»

Non tutto è stato facile, però. «Qui ora stiamo bene e siamo felici, ma non è stato facile e non è un lavoro per tutti.»

Cosa significano davvero le parole di Giovanni?

Che qui ogni giorno si vive con il ritmo della luce del sole – alzarsi all’alba non perché la sveglia suona, ma perché è il momento giusto per iniziare.

Che si mangia quello che la stagione offre, adattando il lavoro al clima, rispettando i cicli naturali invece di cercare di controllarli.

Che si torna a conoscere chi ha coltivato le verdure che mangi, il nome del pescatore, a guardare negli occhi l’animale che ti dà il latte. A sporcarsi, stancarsi fisicamente, sentire il peso della fatica ma anche la soddisfazione di aver creato qualcosa di concreto.

All’inizio tutti i giapponesi dicevano a Giovanni: «Muzukashii. Non funzionerà. È troppo diverso.»

Ma lui ha sorriso, come sorride ancora adesso.

E oggi, nel cuore della montagna giapponese, nella prefettura di Wakayama, esiste la sua realtà. Una realtà costruita con le mani, con pazienza e con amore.

Insomma, se stai cercando un luogo dove staccare dalla fretta del mondo moderno, dove assaggiare una cucina autentica nata da ingredienti di stagione, dove dormire in una casa che ha visto passare generazioni – la Kumano Kodo Winery Guest House ti sta aspettando, nascosta tra le montagne del Giappone rurale.

Scopri la prefettura di Wakayama

Se vuoi farti un’idea del contesto rurale giapponese, guarda questo video che abbiamo girato nella prefettura di Wakayama:

Stiamo anche preparando un video completo dedicato alla Kumano Kodo Winery Guest House, dove mostreremo la cucina, le capre e la scelta coraggiosa di Giovanni e della sua famiglia.

Nel frattempo, puoi scoprire di più visitando il loro sito ufficiale: Balsamic Jam Nanki Wakayama 

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Se la storia di Giovanni ti ha ispirato, scopri anche le altre storie della serie “Potevano rimanere in Italia ma…”:

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