Vivere in Giappone: Pro e Contro dopo un anno in Camper
Ce lo chiedete in tantissimi, ogni volta che pubblichiamo qualcosa dal Giappone: perché non vi fermate a vivere lì? Dopo aver guidato il nostro camper fino in Giappone, e dopo averci vissuto per un anno intero, a pochi giorni dal volo che ci porterà in un nuovo continente, abbiamo deciso di rispondere con tutta l’onestà possibile.
Sui social si vede spesso un’immagine molto idealizzata di questo paese: se fosse davvero il paradiso, ci vivremmo tutti. Quello che segue sono i pro e i contro reali della nostra esperienza, sia generali sia legati al viaggiare qui in camper con due animali e una targa italiana, e la risposta a una domanda più complicata di quanto sembri.
Perché il Giappone ci ha conquistati
Sicurezza. Ne avrete letto ovunque ed è tutto vero. Abbiamo lasciato il camper quasi sempre aperto per un anno intero senza che nessuno toccasse nulla, un lusso enorme quando viaggi su strada con la casa al seguito. Dovremo imparare da zero a fare attenzione a quello che lasciamo incustodito.
Pulizia. Anche senza cestini per strada (e ce ne sono davvero pochi) è raro trovare rifiuti a terra. Qualche spiaggia sporca l’abbiamo trovata, ma nel complesso è un paese ordinato, molto più di tanti altri che abbiamo attraversato.
Gentilezza. In Giappone sono tutti gentili, almeno in apparenza: torneremo su questo punto più avanti. Ma quando sei in difficoltà, non capisci qualcosa o sei in emergenza, avere qualcuno che si ferma invece di andarsene fa davvero la differenza.
Tranquillità. È la somma di tutto il resto: si dorme bene, si trova sempre un posto tranquillo dove fermarsi col camper, e in generale si respira un quieto vivere che in Europa fatichiamo sempre di più a trovare.
Vivere in camper in Giappone: i vantaggi che non ti aspetti
Ci sono poi tutta una serie di comodità che in Europa diamo per scontate, ma che in Giappone non lo sono, e che rendono il viaggio in camper qui molto più semplice del previsto.
Zero ansia da carico e scarico. Non esiste una vera cultura del camper come da noi, ma trovare acqua, un bagno pulito o una doccia è facilissimo ed economico.
Il costo della vita è più basso di quanto sembri. Nelle grandi città la frutta costa cara, è vero, ma la benzina costa molto meno che in Europa, e alla fine i conti si bilanciano. Nell’anno in cui siamo stati lì i prezzi della spesa quotidiana sono comunque saliti di circa il 10%: una cifra piccola per chi arriva dall’Europa, ma un segnale che anche l’economia giapponese inizia a zoppicare un po'.
Trovare dove dormire è facilissimo, a patto di sapere dove cercare: fuori dalle grandi città il Giappone è pieno di camper e auto attrezzate, soprattutto in Hokkaido d’estate e nel Kyushu d’inverno. Le michi-no-eki, le stazioni di servizio locali, funzionano benissimo, anche se non tutte sono altrettanto piacevoli da vedere. Su questo tema abbiamo scritto una guida dedicata alla sosta in camper in Giappone e una su come entrare nel paese con un veicolo senza Carnet de Passages.
Strade e traghetti funzionano, anche con targa straniera: ogni volta che arrivavamo a un imbarco c’era un attimo di panico, ma poi si risolveva sempre tutto. Le strade sono strette in alcuni tratti e non sempre ben segnalate, quindi con un mezzo grande come il nostro conviene informarsi bene prima.
I contro che i social non raccontano
Ora tocca fare i cattivi. Non prendetevela se amate il Giappone: raccontiamo solo la nostra esperienza diretta, dopo un anno vissuto lì e non solo visitato.
Poca varietà nel cibo. Fuori dalle grandi città i supermercati offrono poco assortimento: due tipi di pomodoro, poche varietà di verdure. Anche mangiare fuori, dopo un anno, diventa ripetitivo: sushi, ramen, noodle, sempre le stesse basi declinate in mille salse. E per chi ama il pane croccante, in Giappone è quasi impossibile trovarlo: lo troverete solo in pochi posti, a un prezzo alto, e resterà croccante per una manciata di minuti.
Il clima non fa sconti. L’estate è caldissima e ultra umida, l’inverno è freddo, umido e con pochissimo sole per mesi. Venire in Giappone, per noi italiani, ha significato apprezzare ancora di più il clima mediterraneo.
La barriera linguistica e burocratica. Pochissimi giapponesi parlano davvero inglese, anche se tutti lo studiano a scuola. Con un camper a targa straniera, che già crea imbarazzo perché nessuno vuole prendersi la responsabilità di intervenire su un mezzo che non conosce, questo diventa un problema concreto. Abbiamo trovato un solo meccanico disposto ad aiutarci in tutto il paese. Non siamo riusciti a far sterilizzare la nostra gatta perché la clinica non riusciva a farsi capire sulle possibili complicanze, nemmeno con un traduttore. Sono ostacoli che durante una vacanza di due settimane non noti nemmeno, ma che nella vita quotidiana di un anno intero pesano.
Farsi amici giapponesi non è semplice. Anche i camperisti locali, pur riconoscendoci e scrivendoci sui social dopo averci incrociati, raramente si fermavano a fare due chiacchiere. È una cultura molto più riservata della nostra, e forse anche per questo, tra tutte le città che abbiamo attraversato, non ne abbiamo trovata una in cui dire “qui mi fermerei a vivere”: ne parliamo anche in Tokyo ci ha delusi.
Vivere con gli animali è complicato. Le aree cani sono pochissime, spesso a pagamento o con orari fissi, quasi come un asilo. È raro vedere un giapponese passeggiare in città con il cane: di solito il rituale è uscire, andare al parchetto e tornare subito a casa. Genepì l’abbiamo sempre portata ovunque con noi, come facevamo con in Italia, ma qui è più difficile far socializzare gli animali.
Manca varietà nel paesaggio. Arrivando dall’Europa siamo abituati a cambiare completamente panorama in un paio d’ore di strada. In Giappone templi, città e paesaggi tendono a ripetersi molto, prefettura dopo prefettura.
Le difficoltà in più di viaggiare in camper
Oltre ai contro generali, ce ne sono alcuni specifici di chi si muove con un mezzo così grande.
- Pochi spot davvero memorabili: si contano quasi sulle dita di una mano, un paio vicino al Fuji, qualcuno in Hokkaido. Il resto sono posti dimenticabili, molto asfaltati e poco ombreggiati.
- Percorrenze lunghissime: in Giappone non esiste l’onda verde dei semafori, quindi 15 km possono richiedere 45 minuti anche senza traffico. Le autostrade dimezzano i tempi ma costano care: anche solo pochi chilometri possono costare l’equivalente di 4.000 yen.
- Rumore notturno: i giapponesi tendono a lasciare l’aria condizionata o il riscaldamento acceso tutta la notte anche nei parcheggi, e con le finestre aperte per il caldo, dormire può diventare complicato.
Perché allora non ci fermiamo a vivere qui
Ed eccoci alla domanda vera. Dopo un anno qui, l’immagine un po’ da turisti che avevamo del Giappone prima di partire è cambiata parecchio. Ci sentiamo fortunati per l’esperienza fatta, ma restare a vivere qui in modo stabile non è affatto semplice come sembra dai social.
Il primo ostacolo è burocratico: per vivere in Giappone serve un visto lavorativo, ottenibile in due modi. Il primo è farsi assumere da un’azienda giapponese, un’opzione che non ci interessa per le dinamiche lavorative locali. Il secondo è aprire un’attività, ma le regole per il visto da imprenditore (il cosiddetto Business Manager) sono cambiate proprio da poco, e in modo drastico. Dal 16 ottobre 2025 il capitale minimo richiesto per aprire un'azienda è salito da 5 a 30 milioni di yen , circa 162mila euro, sei volte l’importo precedente, a cui si aggiungono requisiti più stringenti su competenze linguistiche, esperienza gestionale e obbligo di assumere personale. Il risultato, secondo gli stessi dati diffusi dalle autorità, è che le domande mensili per questo visto sono crollate del 96% .
Anche una volta ottenuto, il visto dura inizialmente un solo anno: bisogna sperare in un primo rinnovo, poi in uno successivo, e solo dopo eventualmente ambire a qualcosa di più stabile. Nel frattempo, , fino a 30 volte l’importo precedente per la residenza permanente. E per ottenere proprio la residenza permanente servono 10 anni consecutivi nel paese, senza uscire per più di 3 mesi all’anno: un solo sgarro e il conteggio ricomincia da zero.
C’è poi un tema meno pratico ma altrettanto pesante: per quanto sforzo metterete nell’imparare la lingua, la cultura, per quanto costruirete un’attività, difficilmente verrete riconosciuti come uno di loro. Resterete sempre il turista, lo straniero: un aspetto che pesa meno se si ha un partner giapponese, che porta con sé una famiglia e una rete già radicata nel paese, ma che per due stranieri come noi è tutto da costruire da zero. A questo si aggiunge la distanza dalla famiglia, essendo il Giappone un’isola lontana da tutto.
Detto questo, non è impossibile: sono tantissime le persone, italiani compresi, che hanno scelto di costruire la propria vita lì e ci sono riuscite, spesso anche senza un coniuge giapponese. Se vi interessa leggere storie vere di chi ce l’ha fatta, abbiamo raccolto diverse interviste con connazionali che si sono trasferiti in Giappone, come quella di Miru o di Valentina (trovi la playlist completa delle interviste qui ).
Non un addio, solo un arrivederci
Per noi, in questo momento, la risposta è no: non c’è quella chiamata forte che ci spinga a fare tutti gli sforzi economici, culturali e linguistici necessari per restare. Ma non è un no per sempre. Magari un domani rivedremo questo video e ci diremo che ci mancava il Giappone: intanto, questo articolo resta anche come promemoria di un’esperienza che ci ha cambiati.
Se volete ripercorrere le nostre tappe in Giappone, o seguirci nel nuovo continente che stiamo per raggiungere, trovate tutti i link qui sotto oppure potete ripercorrere la storia completa del nostro viaggio leggendo il nostro libro Verso l'isola che c'è .

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