Bursa la verde e altre stranezze

Terzo appuntamento di Direzione Giappone , dopo aver salutato la splendida Istanbul!

Se avete letto la scorsa puntata saprete che abbiamo adorato la città, ma i prezzi turistici un po’ troppo alti per le nostre tasche e il clima decisamente gelido ci hanno convinti a muoverci verso sud. Potevamo puntare dritti alla costa? Ovviamente no, e quindi ecco qualche deviazione che ne è valsa davvero la pena!

Bursa la Verde

Bursa è stata la prima capitale ottomana e deve il suo soprannome “la verde” al fatto che è circondata dai monti. Ci sarebbe stato da fermarsi mesi a Istanbul e lo stesso vale per questa città. Si potrebbe prendere la funicolare, andare a sciare, sorseggiando cay (tè) a ogni ora e bere ayran (yogurt) ai pasti. Ma optiamo per un giro di rappresentanza, perché trovare parcheggio in città è un’ardua impresa.

Iniziamo dalla moschea verde e dalla vicina tomba del sultano al quale è dedicata. Entriamo nei primi negozi specializzati in prodotti di seta, raggiungiamo il centro, la grande moschea nella quale ci ritroviamo per la prima volta a varcare la soglia da punti diversi. Veniamo gentilmente sgridati all’interno perché ci siamo riuniti vicini alla bellissima fontana centrale e torniamo ognuno alle proprie scarpe, mentre notiamo tantissime famiglie entrare con bambini che corrono in ogni direzione come se fossero al parco giochi. Usciamo dalla moschea e ci ritroviamo in mezzo al bazar. Un paio di passi dividono le due realtà. Attorno a noi di nuovo prodotti di ogni tipo, tanto che ad un certo punto sembra di essersi persi in un’Ikea sotterranea.

Aneddoto curioso: a Bursa si trova quella che pare essere la fedele riproduzione del ponte vecchio sull’Arno. A Firenze si susseguono botteghe di orafi, qui prodotti di artigianato e gatti curiosi.

Il mercato della seta

Il mercato della seta si trova in un vecchio caravanserraglio dove venivano stivate le carrozze. Al piano di sotto bar e ristoranti che offrono le stesse bevande e pietanze, al piano di sopra una cinquantina di negozi che vendono tutti esattamente le stesse cose: maglie, sciarpe, fazzoletti, federe, ferma porte e cuscini a forma di gatto.. in seta.

Cumalikizik

Cumalikizik è un villaggietto che ha mantenuto il suo stile ottomano, con case in pietra colorate. È stato un po’ strano dormire ai piedi delle montagne, immersi tra la nebbia e il fumo che usciva dalle canne fumarie delle stufe delle abitazioni. È stato emozionante però svegliarsi al mattino e ritrovare la stessa quiete. Le persone lungo la via centrale iniziano ad allestire i banchetti su cui vendere i propri prodotti, chi cibo da asporto come le pannocchie abbrustolite, chi oggetti d’artigianato e souvenir.

Se c’è una cosa che spopola qui sono i piccoli ristoranti “specializzati nella colazione turca”, dove sai quando ti siedi ma non sai se riuscirai a rialzarti. Ci siamo un po’ informati in merito e pare convenga ordinare per una persona sola. In questo modo arriveranno comunque una ventina di piattini con dentro olive, marmellate e pezzi di formaggio ma in porzioni se non altro ridotte. Intorno alle 10 del mattino il piazzale in cui abbiamo dormito si riempie di pullman di turisti e scolaresche e i locali da vuoti si animano di chiacchierate e cibo condiviso.

Colazione l’avevamo fatta ancora in pigiama, il paese l’avevamo visto, era tempo di sfuggire alla folla e imbattersi in nuove avventure, verso un piccolo isolotto molto particolare.

Golyazi Merkez

Nel piccolo villaggio di pescatori, che probabilmente si anima d’estate, resiste un vecchio platano di 700 anni, l’aglayan cinar, deve averne viste passare di persone e accadere di fatti. L’isolotto** sembra quello italiano di Orta San Giulio**, ma la moschea ruba la scena alla chiesa che eravamo abituati a osservare. Le navi schierate in riva ci ricordano quelle dei pescatori a Saint Louis. È assurdo come un luogo così piccolo e un po’ remoto ci porti alla memoria angoli di mondo lontani.

Balikesir: due chicche nascoste

Cittadina mai sentita nominare prima, è stato solo studiando le cartine e traducendo dal turco all’italiano che abbiamo scoperto che qui è stata realizzata una moschea uguale, almeno per quanto riguarda le decorazioni, a quella di Gerusalemme, per permettere a chi non potrà recarsi in vita sua in Terra Santa di osservare almeno da vicino qualcosa di simile.

Siamo arrivati in orario di preghiera e siamo scesi timidamente, traducendo la richiesta di poter entrare. E subito tutti a farci segno, ad accompagnare me a sinistra e Paolo a destra. Io nel soppalco con le donne, lui al pian terreno con gli uomini. Ci siamo ritrovati di nuovo sul piazzale, con una scarpa sì e una no nei piedi, sorridendoci a distanza, ringraziando la gente del posto per l’accoglienza.

Sembra di esser in Senegal

Potevamo quindi non tentare la fortuna anche al museo dedicato ad Ataturk, padre fondatore della Turchia? Se siete nei paraggi vale davvero una sosta, fosse anche solo per la gentilezza del personale.

Alla prossima puntata, tutta affacciata sul mare!

Arigatou, alla prossima.

🇮🇹 → 🇯🇵 8959 km (in linea d’aria)

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